Mare… un mare…

Grande… triste… sporco… custode di quanti mali…

 

Ti ho già visto..

 

Nami… ricordi quando dissi che non m’importava che tu fossi un genio… che non m’importava superare Arlong… che finalmente avevo trovato il modo per salvarti?

Beh… io sono qui… e non sto andando da nessuna parte luce…

La ricordi la favola di Peter Pan? Riesci a separare il pensiero dell’infanzia da quello della sua fine che ti sembra incatenata a te da che ricordi d’aver saggiato l’amaro che questa vita ci sputa contro? Ce la fai?

La ricordi quella scintilla, Trilly? Quella cosina lucente e disperatamente sola? Io non la voglio la celeste, pura, buona Wendy. Voglio restare così per sempre, perché Wendy alla fine ha voluto crescere e ha abbandonato Peter. Tu invece sei qui con me, e saremo dei bambini per sempre sulla nave dei sogni, come loro.

 

Tu ora probabilmente tieni gli occhi sbarrati nel buio. Forse hai paura. Forse vorresti piangere, urlare, andartene da qualsiasi posto in cui tu sia mai vissuta, ma gli occhi del demonio ti fissano, controllano ogni errore che tu fai, ridono ogni volta che cadi…

 

Nami, non piangere…

 

 

Ho paura.

Ho paura  di non riuscire a diventare chi vorrei.

Ho paura che Zoro un giorno sia accecato dall’ambizione, accecato dalle lacrime che si porta nel cuore da anni.

Ho paura che Usopp un giorno possa buttarsi nel mare e cercare a nuoto suo padre.. e sua madre.

Ho paura che Sanji un giorno stramazzi a terra privo di forze, vittima di un tumore e squarciato di lacrime, tutto assieme.

Ho paura un giorno di vedere te che semplicemente fissi l’orizzonte come faccio io, perché le utopie accompagnano le vite di noi cinque, e le utopie sono o seguite o accompagnate dalle pazzie. La loro ombra poi offusca le isole di fiori che noi rincorriamo.

 

Questo è l’inferno…

 

Ogni giorno sono costretto a vedere quattro paia di occhi fondamentalmente pazzi, e morti. Controsenso? Affatto, Nami. Ormai non c’è più un bianco e nero, come tu sai che non c’è il rosa. Ho smesso di crederci, come in tutto fuorché il mio sogno.. 

Ogni tanto penso a cosa succederebbe se tu per qualche motivo te ne andassi. Voglio dire, avrei ancora la forza di venire a prenderti?

 

Non lo so più. Di te non ho mai capito niente. Vorrei che tu mi mostrassi il tuo mondo, che sia di fiamme anziché d’acque dolci non mi interessa, tu, come sei, sei la fata che riesce a lasciarmi essere me stesso. Con un’altra… una che si scontra con la mia personalità, forse perché identica, non riuscirei ad amarla.

Non te lo direi mai… lo so. Ormai mi sono calato troppo nel ruolo, e il bambino mezzo scemo deve restare bambino mezzo scemo, altrimenti inizieranno a prenderlo in giro chiedendo ironici cos’è successo, e io non posso rispondere “ho abbassato la guardia”, se dicessi che facendo così mi proteggo riderebbero: eppure,

se io non verso un lacrima,

se io rido d’ogni cosa,

se io prendo la vita diversamente da come lei ha preso me,

allora posso andare avanti dritto senza fermarmi a mettermi le mani nei capelli avvolto da fango nero che non voglio.

Seguimi, ti prego, fidati ancora di me. Hai lasciato la tua gente che è la tua vita nelle mie mani, hai lasciato la tua vita stessa sulle mie spalle, hai lasciato vuoti immensi nel mio cuore, ti supplico Nami, non piangere.

 

Se tu lo facessi, forse il sole e la pioggia potrebbero lasciare libero il cielo.

 

Ci sono fin troppe cose che ti ho taciuto. E non credo d’esser mai stato così disperato. Ti voglio vicino.

Ho *estremamente* bisogno che tu stia qui. Se non ho la tua spalla vicino alla mia così grande e così liscia, non ce la faccio. Solo sentire le tue cicatrici contro le mie… i ricordi lasciati dalla vita a due bambini. Non è giusto. Ma voglio provarci, Nami… forse per un attimo sentirai solo che ci sono io qui.

Ci sono io!

Vorrei gridarlo fortissimo!

Ma non posso, Nami, perché non so se tu mi manderesti affanculo e non voglio più perdere nessuno, te su tutti, specie ora che sono riuscito a farti diventare *mia* compagna!

 

Vorrei che tu lo rimanessi per sempre!

 

 

Mi fai piangere. Perché quando ti vedo mi riporti una vita che non ho vissuto; una madre che non ho, un padre che non so, una sorella che non mi aspetta, ma che vuole rubarmi il sogno. Mi riporti il tuo villaggio così caldo, la strada principale con i bordi punteggiati di fiori selvatici, la terra battuta, la fontanella corrosa dal tempo e dalla gente che è e che fu, famiglie di zucchero, tu e i mandarini tra l’erba alta, foglie scintillanti che sussurrano antichi segreti tra la brezza tiepida, la casetta in colori chiari e pioggia scarlatta. Sei un tale concentrato di profumi e immagini che fatico a guardarti per intero. Tu non ne parli, tu ridi, tu ti arrabbi, tu disegni, e dietro nascondi fin troppo. Io non lo so che cosa ti sia successo, perché non ho ascoltato ciò che disse tua sorella, però è affascinante guardare la tua pelle e i tuoi capelli e sapere che dietro hai una storia come quella, un paesino come quello, una famiglia come quella. Forse ti amo per questo, anche se non sei l’unica di noi ad avere un passato del genere. Guardo il contorno del tuo viso, le tue guance, i tuoi occhi erranti, e penso che non potrei farne a meno. Credo sia ciò che si chiama “amore”, e ora lo so anch’io.

Vorrei poterti sfiorare. Solo questo. Senza che tu urli di dolore.

Non piangere, Nami… Wendy è salpata e Peter è tornato all’isola, ormai… già sorride.