Eri seduta lì, piccola, quel Natale, circa un paio d'ore dopo che lo seppi.
No, aspetta, non era Natale, era la Vigilia, ricordi? Era il giorno prima di quel Natale lì, e tu, appunto, eri seduta, o forse semplicemente inginocchiata, vicino a quell'albero; ed è strano perché abbia in mente solo quell'immagine, un fotogramma.
Mi chiedo se poi tu ci fossi davvero stata in quella posizione o sia solo una mia invenzione, comunque sei lì, con la testa inclinata a sinistra e lo sguardo al pavimento, occhi teneri e sorriso un po' malinconico ma pensieroso e abbastanza sereno.
Sì, proprio così, con i riccioli neri davanti al viso, un velo di lucidalabbra, un maglione lilla a collo alto e un paio di jeans, mi sembra. Le lentiggini in evidenza sul naso e un paio di scarpe blu da ginnastica costose. Tieni le braccia sulle gambe ripiegate e le dita lievemente intrecciate.
Non ricordo cosa guardi, posto che stessi davvero guardando qualcosa in caso fossi stata davvero in quella posizione, forse un gattino di qualche invitato, forse qualche bambino che gioca, sì, forse è proprio quello, perché stai guardando qualcosa, indubbiamente, e con quell'espressione triste cosa potresti star guardando, oltre ad un bambino che gioca felice?
E comunque ho il ricordo di te di quella giornata, che era come nei libri illustrati delle favole per bambine, con l'albero fino al soffitto che rischiava di cadere per tutte quelle stelle filanti di cui l'avevi ricoperto, argentate con le frange e dorate con i cerchietti che pendevano. Poi c'era un filo di perline trasparenti, di vetro, luccicanti, che ti piacevano da morire e tua madre odiava, ma per quell'anno, proprio per quell'anno, l'avevi vinta tu.
Siccome tu avevi una casa piccola non c'era il caminetto, ma c'era lo stesso una grande finestra con un enorme davanzale che dava sul tuo giardinetto, che miracolosamente e solo per quell'anno a Natale si era ricoperto di neve, come nelle favole delle principesse povere che amavi tanto, anche se non lo dicevi.
Che altro? Una tavola piccola, preparata semplicemente, non eravamo moltissimi; la tua famiglia, qualche zio e io, occasionalmente, che alla fine ero quasi scontato, no?, il migliore amico onnipresente che forse ti amava e che forse amavi ma comunque fosse senza dubbio amato dall'intera tua parentela, e quindi avrei diviso il pollo con voi calciando di nascosto i giocattoli di quei piccoli rompiscatole e tirandoti il cibo per farti arrabbiare.
Poi ricordo anche bene il pavimento bianchissimo che controvoglia avevi lucidato per l'occasione con quel grande tappeto rosso con le decorazioni gialle e blu, sotto il tavolo di legno dipinto di beige. Un fottio di regali sotto l'albero, non sembrava nemmeno vero, non ero sorpreso perché in casa mia era sempre un brutto Natale e quello invece era il tipico bel festeggiamento da famiglia felice, no, anche in casa mia era così, ma da te sembrava tutto atto a far credere d'esser precipitati nel palcoscenico di un racconto per bimbe sognatrici. Chissà se lo facevi apposta? Me lo chiedo ancora adesso.
E poi c'era anche quella tovaglia a quadretti bianchi e rossi, piuttosto sbiadita, per la verità, con i tovaglioli coordinati, senza centrotavola, portatovaglioli o sottobicchieri, questo no, in questo non eravate straordinari, era semplice, e questo ti faceva sentire di essere nella realtà di un festeggiamento caldo e ben riuscito, sì, una cosa confortevole e avvolgente, una delle migliori feste natalizie che ricordi.
Guardavo fuori dalla finestra e vedevo i faggi ricoperti, quegli alberi che al massimo perdevano le foglie ma non ingiallivano mai, come Kurt Cobain, te lo dissi questo, ricordi? Come hide, aggiungesti tu, quei due imperatori; lo ricordi piccola? E allora discutemmo seduti sul tappeto non troppo morbido, prendendoci dei cuscini verde chiaro che tenevi in camera, guardando fuori da sotto la finestra appoggiati al termosifone, osservando gli alberi e la neve che continuava a cercare di sotterrarli, mentre gli adulti si lanciavano nelle chiacchiere da caffé-dopo-il-cenone e i bambini si dedicavano agli ultimi giochi prima della notte più insonne dell'anno, resi da questo ancor più eccitati e giocosi.
Parlammo anche d'altro e ridemmo, ma tranquillamente, perché stavamo diventando adulti ed eravamo un po' assonnati dopo tutto quel cibo, così non ridevamo istericamente da quattordicenni, ma ridevamo in modo divertito da sedicenni e mezzo, per cose per cui c'era davvero da ridere.
Dicemmo anche che eravamo soddisfatti di questo, che in fondo crescere non ci dispiaceva tanto. Precisavi che la tua non era fretta di crescere, ma un semplice accettare la crescita. Ah, sì, spesso dicevi che ti sembrava strano renderti conto da adolescente del fatto che avresti rimpianto l'adolescenza, temevi un po' la crescita, temevi, credo, il rimpianto, e così ero felice di capire che eri felice e orgogliosa della tua crescita, la mia piccola, la mia bambina che si faceva grande e riusciva a non esserne triste, a gioire delle conquiste che faceva e non disperarsi delle perdite fatte, perché pezzi di te crescendo li perdi, no? Quei pezzi che fanno di te una persona da proteggere e da non prendere troppo sul serio, che persi ti rendono indipendente e serio, ma spesso non ci pensi se vuoi rimanere piccolo o tornare indietro, no? E tu invece ti eri rasserenata, o chissà se semplicemente non ci pensavi, al futuro, oltre che non pensare al passato.
Me lo raccontavi sorridendo guardando i Kurt Cobain oltre la recinzione di casa tua, che anche coperti rimanevano alti al contrario delle ortensie di tua madre che ormai non si distinguevano dal prato.
A volte, poi, il vetro si appannava e ti chiamavo mocciosa quando con le dita, scrutando tua madre per evitare di farti scoprire, scrivevi qualcosa come ".. *cuoricino* ..", e io ti davo di gomito chiedendoti i nomi, e tu stavi zitta e cancellavi tutto velocemente con espressione sdegnosa. Facevi bene i cuori, lo ricordo dalle elementari. Tondi, enormi, sembravano straripanti, con quella puntina minuscola in fondo e quelle due colline gigantesche e morbide, con perfino il riflesso, i tuoi cuori luminosi e pieni.
Ogni tanto riempivi il rettangolo di vetro solo con i cuori perché sapevi che li disegnavi bene, di dimensioni diverse, come delle bolle di sapone che salgono in cielo, a volte disegnavi anche i luccichii, più o meno così -:-; non arrivavano mai bambini a disturbarci perché ti volevano bene, nonostante la tua austerità (termine buffo per una sedicenne, vero?), e così ti lasciavano stare e si accontentavano del tuo sorriso gentile. A me, invece, ogni tanto tiravano il maglione, ma mi bastava un'occhiataccia, sai, nulla di che.
Ricordo bene l'espressione soddisfatta dei tuoi zii, felici di aver scelto questa casa per festeggiare l'occasione, il ritrovo era stato un tranquillo successo; anch'io ero contento dell'invito, che pur mi era esteso quasi ogni anno.
Piccola! Che bel viso avevi mentre porgevi ai bambini la fetta di dolce prima di andare a letto, il dolce che non avevi fatto tu (non ne eri capace e nemmeno volevi esserlo), però l'avevi scelto, premurandoti poi di riservare le fette con i fiorellini di zucchero a loro, che ti rispettavano e amavano in un incantato silenzio.
Chissà se è stato in quel momento, che mi sei apparsa in quella posa di cui ti parlavo, chissà poi se la ricordo solo perché l'espressione era uguale a quando me l'avevi confessato, tipo due ore prima tornando dalla pasticceria, grattandoti con l'indice il nasino arrossato, stringendo il pacchetto del dolce tra le mani avvolte nei guanti di ciniglia.. con il tuo cappotto al ginocchio grigio e le maniche con il pelo bianco, tu che adoravi sì l'autunno ma anche il freddo dell'inverno che ti permette di scaldarti, cosa che testimoniava non la tua parola, non l'avresti mai fatto, ma il tuo sorriso compiaciuto quando ti levavi il cappotto a casa e ti attaccavi contenta al termo, abbracciandoti e a volte prendendomi a braccetto.
Ridevi spesso, con i tuoi denti bianchi un po' irregolari e le tue labbra carnose che s'increspavano, questo va detto. Non eri sempre distaccata, seria, no, mi vedo costretto a ripetermi, "austera", anche se avevi modi spesso molto dolci. Ridevi a volte anche dicendomelo.
Io non li conoscevo bene termini come "piccole labbra", "monte di venere" e cose del genere, spesso non capivo a cosa ti riferissi.
Non importava molto, non a quel punto, no.
Mi chiedo perché tu abbia avuto la crudeltà di dirmelo proprio due minuti prima di vederlo, questo sì me lo chiedo, ancora non lo capisco.
Sai piccola, mi sto chiedendo anche in questo momento a cosa volessi arrivare nel dirmelo in quel momento.
Quanto tempo prima era stato? Quattro anni? Sì, ne avevi dodici e mezzo.. più o meno quattro anni.
E non serviva che scendessi nei dettagli, anche se, ti ho detto, non le conoscevo nemmeno certe parole.
Non ricordo nemmeno come esordisti, per la verità, come diavolo cominciasti quel discorso in cui sostanzialmente mi dicevi che tuo padre t'aveva stuprata per davanti e per dietro quando forse non avevi neppure le mestruazioni, e con che diamine di faccia riuscisti a chiedermi se secondo me l'aveva fatto a lei per non correre il rischio di gravidanze indesiderate o chissà cosa.
Capisci, mi sottoponesti perfino delle elucubrazioni, quand'avevo perfino perso la forza necessaria a dirti "mi dispiace".
Piangevo, e non me ne importava, ma non mi consolasti, perché non sei l'eroina pietosa che sottopone i suoi guai e si comporta come se non fossero più propri ma avesse causato un problema, no, tu quel dolore lo conservavi più vivo di prima e avevi bisogno di darmene, quindi non mi guardasti nemmeno e continuasti a raccontare, cercando anzi di non vedermi, per riuscire a dire finalmente che ti aveva tirato da morire e che davanti ti aveva fatto piuttosto male, non insopportabile, se magari l'avesse fatto un altro, e qui dovesti guardarmi, forse non l'avresti percepito così forte, però tu quell' "altro" che te l'aveva fatto non lo volevi e forse era per questo che avevi sanguinato tanto, o forse no, ma che ne sapevi tu, cosa volevi saperne di imene e penetrazione a dodici anni, come potevi capire qual era il meccanismo fisico se il tuo cervello si era bloccato al punto di mandarti in coma due giorni, mentre io mi chiedevo che cavolo potessi aver mangiato per protrarre per due giorni un'indigestione.
E mi sovvenivano ricordi offuscati dalle convinzioni che mi regalarono, perché effettivamente dopo quei due giorni tu rimanesti a casa per gli effetti dell'indigestione, e mi permisero di passare solo una volta e magari non era per il dolore alla pancia che non mi parlavi e non mi guardavi nemmeno, no, tesoro mio, tu non volevi guardare più e non mi guardavi punto.
Potevi dirmelo subito, piccola, solo a me come hai fatto ora, perché ora è inutile che tu lo dica a me come lo sarebbe dirlo a tua madre, sai?, ora un imene che non c'è più non desterebbe scalpore, ora che sei donna, ora che hai deciso tu di crescere come l'ho deciso io.
Chissà se me l'hai detto perché stavolta la gradinata hai deciso di salirla anche tu, con me, perché l'abbiamo fatto in un insieme, per quanto piccolo, o perché avevi freddo in quest'inverno che, l'ammetto, oltre che fantasticamente nevoso è stato anche particolarmente rigido, e quindi avevi bisogno di una tasca in cui infilare le tue mani bianche.
No, non fa niente comunque, e non ho neanche intenzione di chiedertelo, tranquilla.
Piuttosto! Piccola, questo Natale mi inviteresti a casa tua? Quella tua davvero, quella dove siete tu e tuo marito, sperando che mia moglie non si accorga che ti fisso, ogni tanto, ma è solo quando ti guardo accarezzare la testa di una delle tue bambine e penso che hai avuto l'ostinazione di sposarti e agire in modo tale da trovarti con una prole, magari non proprio desiderata, ecco, ma senza dubbio amata. Una torta di pasticceria, magari, al cioccolato, con una grossa rosa rossa di zucchero dedicata a te, che nessuno, te lo garantisco piccolina, avrà il coraggio di sfiorare.