Quand'ero in prima media, avevo una
professoressa di lettere davvero brava.
Riusciva a mantenere l'ordine senza mai alzare la sua bella voce, non ci puniva
perché non ne aveva bisogno e per fare questo non aveva neppure bisogno di
minacce. Insegnava davvero molto bene, era una donna estremamente colta e di
ottimo carattere, così che tutti noi pendevamo dalle sue labbra. Sì, davvero
un'insegnante brava.
Perfino il suo aspetto dava una sensazione di pace: carnagione rosea, un po'
paffuta ma non grassa, a 39 anni pelle liscia come quella di una ragazzina,
occhi azzurro brillante e una corona di ricci biondi, come le Veneri dipinte nel
Rinascimento.
La sua voce, in particolare, ricordo, così melodiosa e tranquilla, ma
soprattutto sicura. Quasi sorridevi ad ogni sua parola.
Non era una persona fragile o remissiva, come potrebbe suggerire una tale
descrizione (anche fisica, certo), anzi era decisa e la sua forza stava nel non
mostrarlo in apparenza. Semplicemente, noi le obbedivamo qualunque cosa facesse.
Di lei non ricordo tantissimo, perché stette con noi solo nel primo anno delle
medie e non lo finì neppure; e a 10 giorni dalla mia entrata in seconda liceo,
è abbastanza comprensibile non ricordi granché.
Comunque, verso la fine dell'anno si assentò per malattia. Una settimana,
avevano detto. Noi, felicissimi di saltare ore, già progettavamo cosa fare in
tutto quel tempo libero, perché le ore d'italiano sono molte. Un po' ci
dispiaceva di non vedere la nostra prof di lettere, perché ci piaceva far
lezione con lei, cosa rara per noi; comunque non ce ne preoccupammo.
Iniziammo a pensarci quando vedemmo che era arrivata una supplente che sarebbe
rimasta fino alla fine dell'anno... solo che nessuno ci diceva nulla. Questa
donna poi se ne andò a causa della sua gravidanza ed arrivò una giovane
insegnante che ne sapeva meno di noi.
In quel periodo, un mio compagno saltò fuori con la notizia che aveva un
tumore. La cosa fu subito smentita, grazie al cielo, e passammo delle vacanze
tranquille.
Tornati a scuola, ci dissero che era vero.. aveva un tumore sul serio, e doveva
curarsi.
Non so quante volte chiedemmo sue notizie e quante volte contestammo la vaghezza
di quelle poche che ci davano; ma di lei non avevamo notizie. Le mandammo un
biglietto quando scoprimmo che era peggiorata, ma ovviamente non ricevemmo
risposta.
Un'altra prof a cui eravamo particolarmente affezionati ci disse che, essendo
loro due molto legate, un giorno questa donna ammalata le aveva scritto una
lettera toccante, e che forse un giorno ce l'avrebbe letta... anche questa mia
prof è stata vittima di un tumore, ma ne è uscita più viva che mai.
Passammo così la seconda.
In terza fummo informati che questa professoressa era tornata. Così chiedemmo
di poterla vedere; ce lo sconsigliarono, ma insistemmo.
Allora una mattina senza alcun preavviso, bussarono alla porta ed entrò una
donna.
Giuro che se non avessi visto lo splendore dei suoi occhi, non l'avrei
riconosciuta.
Questa donna aveva quindici chili meno di quella che conoscevo, il viso pallido
e rugoso, la bocca secca, il caschetto stavolta liscio.
Solo in seguito ci dissero che aveva subito tante operazioni da non poterle
contare, e che in cambio della vita aveva dovuto lasciare il suo bel viso, completamente
rifatto per poterla guardare senza sentirsi male.
E pensare che già così ci aveva sconvolti.
Comunque tentammo di non fissarla troppo, io pensavo alla donna ch'era e mi
dicevo "E' la stessa, ma dai, è la stessa donna intelligente, tranquilla e
ferma che ti ha insegnato a scrivere", lei sorrideva, credo ansiosamente,
forse per vedere se accettavamo il fantasma al posto di quella che ormai era
solo un bel ricordo.
Noi, tredicenni, probabilmente per la prima volta sospingemmo dei bei sorrisi e
la salutammo cercando di mostrarci i soliti scalmanati mai zitti. Chissà se lei
apprezzò lo sforzo.
Ci dissero che era tornata dopo una lunga degenza e che ora poteva tornare in
questa scuola, in veste di bibliotecaria. Noi ci mostrammo esultanti. Poi lei ci
osservò con, adesso che ci ripenso.. curiosità. Ricordo molto bene
l'espressione che fece. Sì, vedeva quei bambinetti cresciuti mentre lei non
c'era. C'erano.. molte cose che doveva assimilare. Poi parlò.
E.. il mondo crollò, credo.
Si rivolse alla mia migliore amica, Sara, seduta davanti a me, e.. purtroppo lei
non afferrò subito, perché.. come dire... quell'arpeggio spettacolare della
sua voce era scomparso. Era proprio lì.. il tumore maledetto che aveva
distrutto una donna, una gran donna.
Sara sorrise, si vedeva bene che era tesa, e più tardi confessò di aver capito
solo qualcosa.
Poi parlò a me e mi disse qualcosa che proprio non ricordo, forse se avevo
letto Pirandello, o se continuavo a leggere come una volta, mi sembra. Non
ricordo nemmeno se capii subito, perché ero più tesa di Sara, comunque
rispondendole mostrai tutta la vitalità che riuscivo a simulare. Vitalità
davanti a quel volto spento.
Parlò ancora un poco con noi, e i ragazzi furono più bravi, si mostrarono
spigliati e disinvolti, anche se poi furono i primi a nascondere il viso quando
lei uscì, tra i nostri sorrisi spaesati.
Ad ogni modo dopo pochissimo uscì, e noi restammo semplicemente in silenzio.
Eravamo con la nostra nuova prof di lettere, un'altra ancora, che nemmeno la
conosceva... e non poteva consolarci dell'aver perso una maestra di vita.
Grazie al cielo, più tardi avevamo l'altra prof, quella con cui aveva avuto
contatti, che ci disse che l'aveva incontrata, e che, incredibile a dirsi,
volevano mandarla in pensione a quarant'anni. Doveva essere semplicemente
distrutta, ci disse. Umiliata, stroncata, uccisa. Aggettivi io potrei trovarne
tanti.. ma nessuno credo servirebbe a descrivere quel che provi quando vedi che
la tua vita è stata tranciata in due, zack!, fin qui puoi vivere, poi devi solo
aspettare la morte, lentamente, dolorosamente.
Eravamo.. attoniti.
La nostra bravissima professoressa (e mai userò la parola "ex", perché
in tutti i giorni che la rivedemmo ci insegnò qualcosa ogni volta) se ne stette
rintanata nella stanzetta al secondo piano per tutta la mia terza media, a fare
la bibliotecaria.
Io, con la mia passione per la lettura e la mia sete d'informazioni, ogni volta
che potevo chiedevo a una prof se potevo salire a prendere un libro, e, anche se
non lo dicevo, vedere un po' in che cosa il tempo aveva trasformato la mia prof
di lettere. Così facevo i gradini a due a due, preparavo il mio miglior sorriso
e spalancavo la porta, felice. Cercavamo insieme volumi, chiacchieravamo,
ridevamo anche, e io capivo bene quando parlava, ormai, perché in qualunque
forma l'avesse modellata il destino, la sua argilla era assolutamente
indistruttibile, ed era sempre la migliore, così flessibile ed adattabile a ciò
che le succedeva.
Dato che quell'anno scoprii *veramente* di voler scrivere, iniziai a buttare giù
storie una dopo l'altra, ininterrottamente. L'ultima era ambientata nell'India
delle caste, prima della rivoluzione, idea nata grazie allo studio in religione
dell'induismo, che mi aveva assolutamente affascinata. Per ampliare le mie
conoscenze, un giorno in cui riuscii a strappare alla prof il permesso salii i
gradini in tutta fretta e chiesi alla prof se aveva qualcosa sull'argomento. Lei
mi chiese come mai mi interessasse un argomento tanto lontano da me.
"Beh" risposi io, un po' timidamente "E' perché ogni tanto mi
piace scrivere delle... storie, e l'ultima è ambientata lì.."
Lei sorrise, io pensai che magari era orgogliosa che una sua allieva avesse
scoperto di avere una simile passione; quanto a me, ero tanto orgogliosa della
mia prof che era l'unica a cui avessi detto del mio amore per quell'arte.
Mi pare che mi avesse chiesto qualcos'altro al riguardo, senza mai riderne o
dire o farmi capire che mi stavo dando arie da adulta affermando a 13 anni di
"scrivere"; forse mi chiese da quanto scrivevo, e io le dissi che era
da circa un anno, mi sembra. Non fece altri commenti, mi pare di ricordare, e da
quel momento ci limitammo a cercare i volumi.
Poi chiacchierammo ancora un po', finché la campanella mi ricordò che avrei
dovuto stare in classe; così la salutai in tutta fretta e scesi le scale con il
cuore emozionatissimo.
In quel periodo morì il padre del compagno che ci aveva detto del tumore della
nostra professoressa. Fu la prima a cui lo dicemmo, e ricordo la sua espressione
prima sbalordita, poi assolutamente preoccupata. Per il mio amico, certo.. ma
chissà se aveva pensato che sarebbero state quelle lacrime, quelle che lei
avrebbe lasciato se, com'era probabile, fosse morta vent'anni prima del
previsto? Chi lo sa.
Scrissi la mia storia che andò persa nel periodo degli esami quando cambiai pc.
Questa professoressa ci fu vicina e ci aiutò nel cercare i testi, e venne anche
a vederci agli orali. Mi diceva ogni volta di riportarle i libri, ma io, da
sbadata qual sono, me ne dimenticavo ogni volta, e anche se in tutta l'estate
scorsa, l'anno scorso e quest'estate mi sono ripromessa di riportarglieli, non
l'ho mai fatto.
...
Ieri o l'altro ieri ho visto un servizio al telegiornale che parlava di Michael
Seifert, un nazista che, a quanto pare, aveva torturato milioni di persone. Io
non l'ho riconosciuto finché non hanno mostrato una sua foto da giovane.
Ebbene, qualche mese fa o forse anche un anno fa, lessi un libro che si chiamava
più o meno "Le stragi nascoste", ovvero quelle avvenute in Italia.
Dunque, io ho una vastissima documentazione al riguardo dell'Olocausto,
letteraria e fotografica, ma mai nulla mi turbò quanto quel libro maledetto.
Narrava di torture talmente orribili che solo al ripensarci mi sento male; come
il piagare con bottiglie di vetro spezzate il corpo d'una quattordicenne dopo
averla stuprata, o far sedere una donna incinta su una stufa bollente.
Leggevo, guardavo foto di cadaveri davvero terrificanti e mi venivano conati di
vomito. Quella notte non riuscii nemmeno a dormire, perché a qualsiasi cosa
pensassi, quella prendeva la forma di un cadavere putrefatto o degli occhi
spalancati d'una bambina della mia età massacrata i cui urli si perdevano nella
storia.
E assieme a quelli, la foto di un uomo c'era il responsabile di tutto ciò:
Michael Seifert.
Insomma, l'altro giorno, quando vidi quella foto e realizzai che non solo era
vivo, ma era impunito, mi alzai dal tavolo perché ero sdegnata.
E sdegnata lo sono ancora, se possibile di più, perché oggi Sara mi ha
telefonato e mi ha detto che la mia professoressa di lettere è morta la
settimana scorsa e che non sappiamo nemmeno quando sono i funerali.
..
Adesso qualcuno me lo dice il perché..?
Lei non ha mai fatto nulla di male, lui non ha mai fatto nulla di bene.
Perché lui vive e sta bene a ottant'anni passati, e lei ad appena quaranta
muore dopo una vita onorevole quanto poche?
Ma ancora, mentre mi chiedo come farò a restituirle quei libretti, mi chiedo se
lui la sua punizione per aver annullato il valore della vita umana non l'abbia
già avuta, perché mentre camminava appoggiato a un bastone aveva gli occhi
tanto morti, e lei invece, che camminava sempre dritta e a testa alta con quel
suo sguardo di cielo estivo, sono sicura che tenga ancora aperti su di noi i
suoi topazi lucenti che testimoniano che lei ancora vive, anzi è viva più che
mai in noi, perché il valore d'una vita lei ce l'ha insegnato.
Alla mia professoressa di lettere... grazie d'essere esistita.